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Perchè sono un bravo ragazzo?
Per tanti motivi: sono quello che veniva scelto per ultimo al calcetto, quello a cui rubavano la merenda, quello che veniva piantato per il migliore amico, quello che ti porta a casa sbronza senza palparti le tette, quello che quando ti si pianta il pc te lo mette a posto e non ti chiede una lira, quello a cui il capo rifila le sue rogne ed a cui ruba i suoi trionfi, quello col lavoro stabile, la camicia pulita e un tetto sulla testa. Sono quello lì, e forse è ora di trovare una cura.

Continuate pure a bere la beck’s.

Ziggy played guitar

Oggi ho un battesimo. Ed il mal di testa. Mi sono svegliato con il riff di apertura di ziggy stardust in testa, e sono tre ore che non so leva dai coglioni. Siccome tutte i miei abiti decenti stanno a millequattrocento chilometri da qui, sono andato a comprare una camicia d’emergenza e una cravatta, che ad un battesimo non ci si va di certo griffati domyos. Non che ne avessi troppa voglia, ieri sera ho fatto tardi, sono andato a bere e ho fatto le tre di notte a suon di birre triplo malto e oggi ne pago le geriatriche conseguenze.
Fatto sta che vado in questo negozio low cost, entro e mi procuro il necessario, poi mi ricordo di non avere nemmeno le scarpe. Mentre sono lì che cerco un paio di peppe che non mi facciano sembrare un becchino alla cerimonia sbagliata, entra un tizio in sedia a rotelle e si mette anche lui a cercare delle scarpe. Strana cosa, penso, ma cerco di non osservarlo per non fare la figura di merda, prendo i miei due feticci di mucca morta tinta e me ne vado.
Ecco, poi, solo dopo, tra una pulsazione del mio cervello ed un accordo del duca bianco in sottofondo, ci penso. Certe cose, delle volte le fai solo per sembrare normale. Come comprare le scarpe anche se sei paraplegico, come uscire il sabato sera a bere birre, come andare in giacca e cravatta ad un battesimo. Anche se quelle suole non toccheranno mai il suolo e saranno sempre nuove, anche se vorresti non uscire dalla tua tuta domyos per niente al mondo. A volte le facciamo solo per capire se riusciamo ancora ad essere normali, se riusciamo ad andare ad un battesimo, a bere una birra, a fare tardi la notte. Anche se non è più da noi, anche se sappi che ormai, i nostri piedi, non ballano più.

Trova le differenze

Ed alla fine realizzi che quello che ti manca sono le piccole cose. Non la lingua, il cibo, il clima, il paesaggio. Ti manca l’estathe, il dialetto, il minestrone, il materasso del tuo letto. Ti rendi conto che le cose che ti caratterizzano, quelle che realmente definiscono chi sei, non sono macroscopiche, dove vivi, come ti chiami, di che sesso sei, che partito voti. Sono quelle minuscole, quelle che quasi non noti, il modo in cui sistemi le cose nell’armadio, come mangi gli spaghetti, la posizione in cui dormi la notte, come saluti gli amici prima di andartene. E sono quelle che ti mancano quando, pur essendo sempre lo stesso, diventi un’altra persona.

Ci sono limiti che non andrebbero mai superati.

Lontano dai pasti

Io con l’ordine dei medici ho sempre avuto un cattivo rapporto. Ripensando a questa definizione del mio medico curante, mi sono reso conto che di fatto l’unico momento che definirei “Lontano” dai pasti, contando anche caffè e spuntini, è approssimativamente verso le 3.45 di notte, quando dormo. Devo pagare un provetto Ezio Auditore che mi faccia silenziosamente ingoiare delle pillole nel sonno? Le appendo al soffitto con una microcarica esplosiva sperando che mi cadano in bocca?

O forse intendeva lontano fisicamente, cioè che devo prendere un treno ed andare a debita distanza da ogni alimento commestibile, tipo Fantozzi quando deve urlare al campeggio?

Faccio un post pubblico per chiedere, a beneficio di tutti, lumi a kon-igi attualmente uno dei pochi appartenenti alla categoria medica che mi abbia dimostrato di trattare i pazienti come esseri raziocinanti e non come dei babbuini con la tessera sanitaria.

Doc, che mi dici?

VASCO ROSSI? No vabbè, perchè non direttamente Apicella…o Pacciani….per dire.

DIOPORCO.

Giochi benaccetti di cui non conoscevo l’esistenza!

carnaccia:

killtherainbow:

pantherain:

Ringrazio tantissimo totallyinsignificant per avermi scelta per partecipare alla cosiddetta “catena letteraria”, di cui io non so assolutamente nulla, poiché sono riapparsa nel magico mondo di Tumblr solamente ieri, tipo fungo, dopo un bel po’ di assenza!
I miei neuroni insistono nel dire che la catena consiste nel citare una frase appartenente ad un libro qualunque che ci abbia colpito; spero abbiano ragione, in caso contrario la colpa è unicamente loro, mia no di certo!
Ordunque, scelgo di citare l’ultimo libro letto, finito giusto qualche minuto fa, ovvero “Metamorfosi" di Apuleio:

Del resto, si sa che i malati e gli innamorati manifestano gli stessi sintomi di deperimento: tremendo pallore, occhi cerchiati, ginocchia molli, sonno difficile, respiro lento e affannoso. Si poteva credere che soffrisse per l’avvampare della febbre, non fosse stato che piangeva sempre. Oh ignoranza dei medici! Ma che può voler dire il polso che batte, il colorito che continua a cambiare, il respiro affannoso e il continuo rigirarsi da una parte e dall’altra? Oh dèi! Non occorre essere medici per capirlo! Basta aver conosciuto la passione d’amore, per sapere cosa vuol dire quando uno brucia e non ha la febbre”.

Vai 9085,killtherainbow e cuoredilattice, scelgo te!
Gotta catch’em all!

Yeeeh, odio le catene di San’Antonio e questi giochini potrebbero rimanere su feisbuk che ne sarei contentissimo!
Detto ciò, voglio bene a pantherain, quindi, alzando la mano alla libreria, ho estratto “Il sergente nella neve" di Mario Rigoni Stern:

Da quell’alba non ricordo più in che ordine i fatti si siano susseguiti. Ricordo solo i singoli episodi, il viso dei miei compagni, il freddo che faceva. Certe cose chiare e limpide. Altre come un incubo. Cadenzate dalla voce di Bracchi che ci rincuorava: -Forza s’cet!- O che ci dava gli ordini: -Avanti il Vestone! Avanti il gruppo di Bergamo! Avanti il Morbegno!
È mattina, la colonna si divide in due. Il Vestone è di punta nella colonna di sinistra. In testa la mia compagnia. C’è un bel sole e non fa freddo. Da una pista vediamo venire verso di noi degli automezzi, a una certa distanza si fermano. Gli ufficiali guardano con i binocoli: sono russi. Arrivano subito dei cannoni anticarro tedeschi, in fretta li mettono in posizione e sparano qualche colpo. Gli automezzi spariscono nella steppa come sono venuti. Poco dopo, forse mezz’ora, nell’affiorare all’estremità di una muglia, siamo accolti da una nutrita sparatoria di armi automatiche. Stando laggiù in quel paese i russi vedranno spuntare solo le nostre teste e sparano. Le pallottole passano alte. Ritorniamo indietro di qualche decina di metri ed aspettiamo. Arrivano le altre compagnie del Valchiese e l’automezzo cingolato tedesco con su gli ufficiali superiori. Ora bisognerà conquistare questo paese per poter passare.

Avvertendo ora un senso di obbligo nel fermare questa cosa, passo il testimone a persone che son quasi sicuro non lo riprenderanno in mano; evoco quindi i link per unoetrino, soggetti-smarriti e carnaccia, yeh.

di sicuro io non lo prendo in mano, però vi citerò questa, di Enkidu che parla amorevolmente con Ishtar:

Se io ti potessi raggiungere,
farei lo stesso anche a te,
e appenderei i tuoi intestini alle tue braccia!
Epopea di Gilgamesh, Tavola VI.
Rilancio a guerrepudiche, ilpessimista e la donna senza tette che vince i contest di tette, nonseintorno  

Nomadiocanelecatenedisantantoniosutumblr.

Anyway, visto che mi è capitato pure su facebook mi riciclo la stessa citazione:

"Quanti cristi inchiodati a una sedia o a un letto la gente scavalca, per inchinarsi a un cristo di legno. Quanti sacrifici dimenticati, per ricordarne uno. Se mi facessero entrare in una chiesa, griderei: smettete di guardare quell’altare vuoto. Adoratevi l’un l’altro."
Stefano Benni - “Achille piè veloce

Nominiamo: fogliadithe mirabiglia imblellow

Sia chiaro, è l’ultima volta.

E niente, mi sono appena reso conto che la più grande dichiarazione d’amore della mia vita si riduce a:
“Tu puoi svegliarmi quando vuoi”.

Amore condensato

In vita mia non ho mai fumato. Nonostante io venga da una famiglia con quattro fumatori incalliti, sono l’unico, anche tra i miei amici, che praticamente non ha mai avuto il vizio o l’abitudine, nemmeno per un periodo. Non è una di quelle idiosincrasie di stampo religioso, non ho nulla contro chi fuma o contro il fumo, credo che l’unica cosa che mi abbia veramente spaventato sia stata la paura di non riuscire a smettere, di non riuscire a controllarlo.
Durante gli anni, mi sono reso conto che non era solo fumo che mi spaventava così, ed è per questo che ad un certo punto ho smesso di amare. Perché in fondo anche quello è un vizio, quando fumiamo, quando amiamo, non siamo assuefatti alla persona o alla sigaretta, ma all’intero concetto, a come ci fa stare, alle sensazioni che ci dà, a come ci fa apparire. E se per caso chiude la Marlboro magari ci possono girare le palle, magari odieremo le Camel, ma dopo un po’ ce ne faremo una ragione e ci abitueremo.
Ecco, però credo che sia impossibile, o difficile, smettere di amare, così come di fumare, possiamo passare alla trombamicizia o alla sigaretta elettronica, ma saremo solo introducendo dei surrogati, perché non riusciamo a smettere.
Ecco, io ci ero riuscito, avevo smesso, ero libero, niente fatiche, niente dolori, tutti intorno a me amavano e io non avevo nulla contro di loro, se non che la puzza del loro amore un po’ mi disturbava e mi si attaccava addosso. Quando loro andavano ad amare io restavo da solo con un falso senso di superiorità, ma mi sentivo bene. Poi per qualche ragione, ho fatto la cazzata, un altro tiro, è bastato poco e tutto è ricominciato senza che potessi riuscire a controllarlo. Ed ora sono qui, che rincorro cerotti all’ossitocina, chiedendomi se sia possibile smettere, se sia giusto smettere, o se valga la pena avere un vizio che rovinandoti la salute ti rende la vita un po’ più piena.

Una delle poche regole per vivere sereni, è che se cerchi si google il nome di una malattia, non devi MAI cliccare su “immagini”.
Oggi meeting sulla vision aziendale.

Oggi meeting sulla vision aziendale.

Service oriented conscience

Io pure ci avevo creduto, che si potesse cambiare. E mi ci sono impegnato ma alla fine dovevo saperlo, gli essere umani non sono molti diversi dai sistemi informatici. Abbiamo tutti una nostra forma interna, un modello base a cui ci atteniamo che non cambiamo perchè è quello che ci rende noi, che fa funzionare quello che siamo. Però possiamo esporlo in mille modi diversi. 

Siamo come architetture orientate ai servizi che interagiscono tra di loro. C’e il servizio amicizia, amore, paura, rabbia, felicità, ecc. . Ed anche se di base fanno tutti la stessa cosa di persona in persona, alcuni possono essere implementati in modo molto creativo, e se presi così come sono possono apparire incomprensibili o addirittura sbagliati, anche se sono effettivamente quelli giusti per noi.

Ma siccome sono nativamente incompatibili decidiamo di esporli in modo diverso, di astrarli dalla loro nativa complessitià, definendo un interface agreement con il resto del mondo. E così cominciamo a costruire, per interagire gli altri sistemi, famiglia,  amici, amori, colleghi. E più sistemi facciamo entrare in questo insieme di integrazioni, più dobbiamo costruire, astrarre, customizzare, generalizzare, fino ad eliminare quello che siamo, fino a renderci “comuni e banali”. Ma alla fine ti rendi conto che lo sforzo che fai per adattarti, per interagire con tutti, cresce esponenzialmente in termini di elaborazione e di complessità, fino a diventare il 70-80% della tua sfera, trasmettendo però quello che sei solo per il 5-10%. E tutto questo è solo un fottuto controsenso.

Se fai entrare tutti, nella tua vita, se lasci le porte aperte a chiunque passi entreranno tutti a dare un’occhiata anche se non sono interessati, anche se sono solo turisti. E se per ognuno di questi ti sforzi di adattarti di modificarti, alla fine sarai solo un signor nessuno che piace a tutti, ma che fa una fatica del diavolo. Per questo ho chiuso le porte, perchè quando ho smontato la mia architettura, mi sono reso conto, che le interfacce, il loro costo computazionale, evolutivo e di manutenzione, stava sovrastando quello del kernel. Ed ho scoperto che alla fine, sotto tutti quegli strati di logica, trasformazione, adattamento, sono sempre lo stesso, quello che impazzisce per gli anime a 32 anni, che si ossessiona per i gadget tecnologici, che passa giornate intere a fare esperimenti in cucina, che ama camminare ore ascoltando la stessa traccia, che vive talmente tanto immerso nei propri sogni e nelle proprie fantasie da non distinguerle dalla realtà. E mi piace.

Quindi, fanculo alle interfacce, d’ora in poi sarò un cazzo di legacy system e se qualcuno ci tiene ad interagire, beh, che venga cercarmi.

Impari ad accettarti quando realizzi che le persone in forma, ben pettinate, vestite alla moda, abbronzate, probabilmente non hanno un cazzo d’altro da fare.
Se fai cinque slide, la prima è la copertina, la seconda è l’indice e l’ultima è “thank you”, hai appena fatto l’equivalente de “la minaccia fantasma” in powerpoint.

Un’altra volta, ancora.

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